Cappello o berretto? La differenza spiegata in un manuale per apprendisti

Cappello o berretto? La differenza spiegata in un manuale per apprendisti

Qual è la differenza tra cappello e berretto?

Nel linguaggio comune i termini cappello e berretto vengono spesso utilizzati come sinonimi. In realtà, chi lavora nel mondo della cappelleria sa che indicano due tipologie di copricapo profondamente diverse, sia per struttura sia per tecnica di realizzazione.

Questa distinzione emerge chiaramente anche da un piccolo manuale destinato ai corsi per apprendisti cappellai che abbiamo avuto il piacere di sfogliare. Si tratta di “Cappelli e berretti”, scritto da Bruno Manzoni per la collana Imparare per lavorare dell’Editrice Padus di Cremona.

Fin dalle prime pagine il volume chiarisce un concetto fondamentale: il cappello e il berretto appartengono a due tradizioni manifatturiere differenti.

Il cappello è un copricapo modellato, generalmente caratterizzato dalla presenza della tesa, cioè la parte che circonda la corona. La sua forma nasce attraverso un processo di lavorazione che trasforma il materiale fino a renderlo stabile e durevole.

Il berretto, invece, viene costruito assemblando più parti di tessuto cucite tra loro. Può essere dotato di visiera oppure no e presenta una struttura più morbida e flessibile.

Una distinzione semplice, ma fondamentale per comprendere il mondo della cappelleria.

Perché cappello e berretto venivano considerati due mestieri diversi?

Sfogliando il manuale si comprende come questa differenza non fosse soltanto una questione di forma.

Per molti decenni l’intera produzione italiana dei copricapi era infatti suddivisa in due grandi settori: da una parte l’industria del cappello, dall’altra quella del berretto.

Ogni settore richiedeva conoscenze specifiche, attrezzature differenti e competenze che venivano tramandate attraverso l’apprendistato.

Chi realizzava cappelli doveva conoscere la modellatura del feltro, della paglia e delle fibre vegetali; chi confezionava berretti padroneggiava invece il taglio dei tessuti, i cartamodelli e le tecniche sartoriali.

Questa specializzazione ha contribuito a rendere la cappelleria italiana uno dei punti di riferimento dell’artigianato europeo.

Come si realizza un cappello e come nasce un berretto?

La differenza tra cappello e berretto diventa ancora più evidente osservando il loro processo di realizzazione.

Il cappello nasce da materiali capaci di essere modellati. Feltro di pelo, feltro di lana, paglia intrecciata e altre fibre naturali vengono lavorati con vapore, pressione e forme in legno o metallo fino a ottenere una struttura stabile. Solo nelle fasi finali vengono applicati la fascia interna, il nastro e gli eventuali elementi decorativi.

Il berretto segue invece una lavorazione completamente diversa.

Si parte dal cartamodello, dal quale vengono ricavati i vari elementi in tessuto che saranno successivamente assemblati attraverso precise cuciture. Lana, lino, cotone, tweed, denim e altri tessuti permettono di ottenere copricapi leggeri, morbidi e confortevoli.

Due procedimenti differenti che richiedono abilità diverse ma condividono la stessa attenzione per il dettaglio e la qualità della lavorazione.

Perché questa distinzione è ancora importante oggi?

Oggi scegliamo un cappello o un berretto soprattutto in base al gusto personale, allo stile o all’occasione d’uso. 

Il piccolo manuale di Bruno Manzoni ci ricorda come, un tempo, questa fosse una delle prime lezioni insegnate agli apprendisti. Prima ancora di imparare a modellare un feltro o a cucire una coppola, era necessario conoscere il significato delle parole e distinguere correttamente i diversi copricapi.

È una conoscenza che oggi può sembrare scontata, ma che racconta una parte importante della cultura manifatturiera italiana.

Anche per questo ci piace condividere documenti come questo. Non sono soltanto testimonianze del passato, ma piccoli frammenti di un sapere artigianale che continua ancora oggi a vivere nelle botteghe, nei laboratori e nelle mani di chi realizza un cappello.

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